Il movimento non è un consiglio da dare alla fine della visita. È il trattamento — e come ogni trattamento va dosato, progredito e verificato.
In donne in postmenopausa con osteopenia e osteoporosi. Nel gruppo di controllo, nello stesso periodo, la densità è calata dell'1,2%.
Meno tempo della maggior parte dei protocolli che non hanno funzionato. La differenza non era la durata: era il carico.
Un solo episodio lieve, in donne che sollevavano carichi elevati. La sicurezza non dipende dal peso basso, ma dalla tecnica e dalla supervisione.
Dopo una diagnosi di osteopenia o osteoporosi il messaggio è quasi sempre lo stesso: attenta, movimento dolce, non caricare. La ricerca degli ultimi dieci anni dice l'opposto.
Rappresentazione schematica della struttura interna dell'osso.
L'osso è tessuto vivo, e si adatta a quello che gli chiedi. Ma risponde solo sopra una certa soglia: sotto quella, ripetere il movimento non produce nulla. È il motivo per cui camminare — che pure fa benissimo al cuore, al cervello e all'umore — non sposta la densità ossea: è un carico insufficiente per stimolare l'osso.
Quello che lo fa rispondere è la trazione dei muscoli sulle sue inserzioni, e per generarla serve una contrazione intensa. Da qui la conseguenza più controintuitiva di tutte: non conta quanto a lungo ti alleni, conta quanto è pesante quello che sollevi.
Ma il carico da solo non basta, e nemmeno l'osso da solo racconta tutta la storia. Ci sono due fronti su cui lavorare, e vanno affrontati insieme.
L'osso si costruisce con lo stimolo giusto e con l'alimentazione adeguata. Se mancano calcio, proteine e vitamina D, anche l'allenamento perfetto rende molto meno di quello che potrebbe.
È il punto in cui si perde più gente, quasi sempre senza saperlo: la carenza è silenziosa e non compare negli esami del sangue. Il calcio nel sangue resta normale, perché il corpo lo tiene a livello prendendolo dalle ossa.
Questionario calcio e proteine →Un osso fragile, da solo, non si rompe. Diventa pericoloso quando incontra una caduta: è l'urto che trasforma la fragilità in frattura.
Per questo lavorare solo sulla densità è metà del lavoro. Forza, equilibrio e sicurezza nei movimenti sono l'altra metà — e sono anche la parte che cambia più in fretta: si misura in settimane, non in anni.
Test del rischio di caduta →Sono due cose diverse, si misurano in modo diverso e si affrontano in modo diverso. È il motivo per cui il percorso comincia sempre da qui: capire quale dei due pesa di più su di te.
Dipendono da cosa decidi oggi. Muovi il cursore sulla tua età.
La densitometria si ripete ogni diciotto o ventiquattro mesi: troppo lenta per dirti se stai facendo la cosa giusta. Nel frattempo si misura quello che cambia in fretta.
Forza, equilibrio, mobilità, postura. Numeri, non impressioni: sono il tuo punto di partenza e il metro di paragone per tutto il resto.
Due sedute a settimana, con una progressione che parte da dove sei — anche se non hai mai sollevato un peso in vita tua — e arriva dove serve.
Ogni tre mesi si ripetono gli stessi test. Se i numeri salgono, il programma funziona. Se non salgono, si cambia qualcosa — e si sa cosa.
Sono gli stessi che uso in studio nella prima visita. Si fanno dal telefono, senza registrarsi.
Con tre prove pratiche e qualche domanda, il tuo livello di rischio e i tuoi numeri confrontati con i valori di riferimento per la tua età.
Vai al test →Un controllo rapido su calcio e proteine, con la soglia calcolata sul tuo peso e le fonti giuste anche se non mangi latticini.
Vai al questionario →
Ogni giorno accolgo in studio persone che si rivolgono a me per un dolore. Risolverlo, con le tecniche manuali e con gli esercizi, è solo la prima parte del lavoro.
Il mio desiderio più grande è dare a chi seguo tutti gli strumenti per migliorare la propria salute a trecentosessanta gradi. Per questo negli anni ho approfondito la nutrizione, i corretti stili di vita, le malattie metaboliche: per non fermarmi a togliere un dolore, ma migliorare davvero la vita delle persone.
Quando spiego qualcosa cerco di dire anche quanto ne siamo sicuri. È meno rassicurante di una promessa, ma è l'unico modo per farti decidere davvero.
È la domanda che mi fanno tutte, ed è legittima. Nello studio LIFTMOR, con donne osteopeniche e osteoporotiche che sollevavano carichi elevati, si è registrato un solo evento avverso lieve su 101 partecipanti. Quello che frattura le vertebre non è il carico assiale: è la flessione — piegarsi in avanti a schiena curva, i crunch, certe posizioni yoga. Il percorso toglie quelle e tiene il carico.
Quasi nessuna delle persone che seguo l'ha fatta. Si parte da dove sei: i primi tre mesi servono a imparare i movimenti e a far adattare tendini e articolazioni, non a spostare pesi. Il carico vero arriva dopo, quando il corpo è pronto.
Dipende da cosa guardi. Forza ed equilibrio cambiano in modo misurabile in sei-otto settimane. La densità ossea richiede dodici-diciotto mesi per muoversi in modo apprezzabile. È un percorso lungo, e preferisco dirtelo prima che dopo.
L'esercizio è lo stimolo, ma per costruire servono i materiali: calcio, proteine, vitamina D. È il punto in cui si perde più gente, e quasi sempre senza saperlo — un esame del sangue nella norma non significa affatto che stai mangiando abbastanza calcio.
No, e non è terreno mio. L'eventuale terapia farmacologica la decide il tuo medico. L'esercizio lavora su un altro fronte e i due si sommano: non sono alternative.
Otto minuti per sapere quanto è alto il tuo rischio di cadere — la metà del rischio di frattura che nessuno ti ha mai misurato.